La difesa tecnica: il difensore del minore e dei genitori
Pubblicato nel volume "Il giusto processo e la protezione del minore" a cura di A. Pè e A. Ruggiu (Ed. Franco Angeli , 2011)
di Carla Loda
1. Il quadro normativo
Il tema della difesa tecnica nei procedimenti minorili è complesso ma anche molto stimolante, perché impegna ad affrontare problematiche che coinvolgono principi etici e sociali riguardo la funzione dell'avvocatura nella società in cui viviamo.
Come noto, la Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 20 novembre 1989 (ratificata con legge n. 176 del 27 maggio 1991) e la Convenzione europea di Strasburgo sull'esercizio dei diritti dei fanciulli del 25 gennaio 1996 (ratificata con legge 20 marzo 2003 n. 77) hanno specificato, promosso e reso attuabile il diritto del minore alla completa partecipazione ai procedimenti che lo riguardano, in base alla sua capacità di discernimento.
La legge 28 marzo 2001 n. 149, allineandosi a queste convenzioni internazionali, ha apportato anche nel sistema italiano innovazioni, sia sul piano sostanziale che processuale. Innanzitutto ha modificato il titolo della legge 4 maggio 1983 n. 184 che disciplina l'affidamento familiare e l'adozione trasformandolo in "Diritto del minore ad una famiglia". Il cambiamento non è puramente terminologico, ma determina il definitivo superamento del dibattito in ordine alla qualificazione della posizione giuridica del minore (da portatore di un mero interesse a portatore di un diritto soggettivo pieno), chiarendo che il minore è portatore di veri e propri diritti.
La stessa legge ha introdotto il principio del contraddittorio nei procedimenti di adottabilità e de potestate ed ha riconosciuto al minore, nell'ambito di tali procedimenti, la posizione di "parte processuale". Tale cambiamento, che ha preso le mosse dalla riforma costituzionale del 1999 (approvata con legge costituzionale 23 novembre 1999 n. 2) che, affermando il principio del giusto processo, ha stabilito che esso si svolga "nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale" (art. 111, comma 2 Costituzione novellato), ha arginato la deriva inquisitoria dei giudizi minorili, nei quali, in nome della tutela del minore e della speditezza del procedimento, molto spesso risultava offuscato il diritto di difesa delle parti1 .
 
2. Le innovazioni sul piano processuale
La novella del 2001, entrata in vigore per la parte processuale il 1° luglio 2007, ha previsto l'assistenza legale obbligatoria nei procedimenti volti a dichiarare lo stato di adottabilità e in quelli relativi alla potestà dei genitori.
Il procedimento di adottabilità, ai sensi del modificato art. 8, comma 4, della legge n. 184/1983, "deve svolgersi fin dall'inizio con l'assistenza legale del minore e dei genitori o degli altri parenti" entro il quarto grado che abbiano rapporti significativi con il minore. Il successivo art. 10 prevede che, all'atto dell'apertura del procedimento, il presidente del tribunale per i minorenni inviti i genitori (o, in mancanza, i parenti) a nominare un difensore, informandoli della nomina di un difensore d'ufficio nel caso non vi provvedano, ma non contiene alcuna previsione in ordine all'assistenza legale del minore; solo i successivi artt. 15 e 16 fanno riferimento al tutore ovvero al curatore speciale del minore (a cui, "ove esistano", deve essere notificata la sentenza che dichiara lo stato di adottabilità). Viene così introdotta in Italia, per la prima volta, la figura del difensore d'ufficio in un procedimento civile.
Per quanto attiene i procedimenti de potestate è stato aggiunto, all'art. 336 cod. civ., un quarto comma: "Per i provvedimenti di cui ai commi precedenti, i genitori e il minore sono assistiti da un difensore, anche a spese dello Stato nei casi previsti dalla legge" (l'ultima frase "anche a spese dello Stato nei casi previsti dalla legge" è stata abrogata nel 2002). Questa normativa ha posto questioni di estrema rilevanza in quanto:
- impone l'obbligatorietà della difesa tecnica in tutti i procedimenti di volontaria giurisdizione pendenti di fronte al tribunale per i minorenni;
- estende l'obbligatorietà della difesa tecnica non soltanto ai genitori, ma anche al minore;
- stabilisce che la difesa tecnica venga garantita sia ai genitori che al minore.
Non si può dunque negare che il minore debba ora essere considerato a tutti gli effetti "parte" nei predetti procedimenti. Un'interpretazione in tal senso è stata fornita dalla stessa Corte costituzionale, con la nota sentenza n. 1/20022 , secondo cui dalla legge in commento "chiaramente si evince l'attribuzione al minore (nonché ai genitori) della qualità di parte con tutte le conseguenti implicazioni"3 .
 
3. Le prassi attuative dopo l'entrata in vigore delle nuove norme
La nuova normativa lascia peraltro gli interpreti di fronte a numerosi problemi applicativi dovuti, da un lato, alle evidenti lacune normative e, dall'altro, ad un testo di riforma talvolta impreciso. Ciò ha comportato l'instaurarsi di diverse prassi applicative nel territorio nazionale.
3.1 Il difensore delle parti adulte
In ottemperanza alla previsione esplicita della nomina officiosa del difensore degli adulti coinvolti, la maggior parte dei tribunali per i minorenni all'atto dell'apertura di una procedura di adottabilità informa i genitori della necessità di essere assistiti nel procedimento da un difensore, provvedendo a nominarne uno d'ufficio, nel caso d'inerzia delle parti.
Il nuovo comma 4 dell'art. 336 cod. civ. non prevede invece la nomina di un difensore d'ufficio dei genitori e delle parti maggiorenni nei procedimenti de protestate, se gli stessi non provvedono. A mio parere, anche in questi giudizi la difesa tecnica delle parti dovrebbe essere considerata necessaria e indefettibile alla luce dell'interpretazione letterale della disposizione: "i genitori ed il minore sono assistiti da un difensore"; il predicato "sono" suggerisce infatti che il legislatore intenda prevedere la necessità delle parti di ricorrere alla difesa tecnica al fine di partecipare a tali procedimenti. Inoltre la norma in commento, ove dovesse essere letta nel senso di attribuire alle parti la mera facoltà (e non la necessità) di nominare un proprio difensore, risulterebbe del tutto inutile e ultronea, posto che, anche prima della novella del 2001, nessuno dubitava della possibilità delle parti di costituirsi con un proprio difensore nei procedimenti de potestate. Una interpretazione che imponga la presenza del difensore delle parti adulte appare anche più soddisfacente sotto il profilo teleologico, inscrivendosi in quel contesto di riforme (anche di rango costituzionale), che mira ad ampliare i principi del diritto di difesa e del contraddittorio, estendendoli ai procedimenti minorili4 .
3.2 Il difensore e il rappresentante del minore
La riforma dell'art. 336, comma 4, cod. civ. ha previsto nei giudizi de potestate anche la presenza di un difensore del minore, nel rispetto dei principi del contraddittorio, considerato che il minore, in questi procedimenti, si trova in una posizione contrapposta a quella degli esercenti la potestà che hanno violato i loro doveri verso di lui.
Per quanto concerne la posizione del minore nei procedimenti di adottabilità, la maggior parte dei tribunali per i minorenni provvede all'atto dell'apertura del procedimento alla nomina di un curatore speciale (unitamente alla nomina di un tutore laddove i genitori vengano sospesi dalla potestà ai sensi dell'art.10 L. n. 184/1983). Similmente anche nei giudizi relativi all'esercizio della potestà dei genitori viene assicurata al minore la possibilità di assumere la qualità di parte mediante la nomina di un curatore speciale, nomina fatta in prevalenza d'ufficio (ma in alcuni tribunali si è ritenuta imprescindibile l'istanza di parte o del pubblico ministero, ai sensi dell'art. 78 cod. proc. civ.); peraltro la nomina del curatore speciale non avviene sempre, ma solo in caso di conflitto di interessi che, dalla maggior parte dei tribunali per i minorenni, non è ritenuto sussistente in re ipsa, ma viene valutato caso per caso.
La nomina da parte dell'autorità giudiziaria del difensore del minore non comporta una compressione della potestà genitoriale, ma è un rimedio processuale al conflitto di interessi, allo scopo di non vanificare il principio del contraddittorio.
Si potrebbe obiettare che tale conflitto, sempre ravvisabile nei giudizi per la dichiarazione dello stato di adottabilità, potrebbe ritenersi sussistere anche per i procedimenti de potestate, nei quali si discute dell'adeguatezza dei genitori ad assolvere i propri doveri di cura ed educazione nei confronti dei figli, e conseguentemente dell'eventuale limitazione o decadenza della loro potestà. Se il giudice fosse tenuto a valutare, caso per caso, se l'interesse del minore sia adeguatamente tutelato da uno o da entrambi i genitori, si assisterebbe, in buona sostanza, a un'anticipazione del giudizio. La verifica della sussistenza del conflitto va, quindi, compiuta in astratto ed ex ante, indipendentemente dagli atteggiamenti e/o dalle difese concretamente assunte dalle parti in giudizio. Non si può negare di conseguenza la sussistenza di un potenziale conflitto di interessi fra il minore e i genitori, anche nelle ipotesi in cui il procedimento riguardi solo uno di essi, potendo, in astratto, anche l'altro genitore assumere in giudizio una posizione contrastante con l'interesse del figlio.
Anche la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che non è necessaria l'evidente ricorrenza di sintomi indicativi dell'effettività del conflitto d'interessi, in quanto anche una situazione di conflitto potenziale va egualmente rimossa a titolo precauzionale "giusta la ratio dell'articolo 78 cod. proc. civ., che mira a prevenire il verificarsi dell'eventuale danno, in ragione della più pregnante salvaguardia che l'ordinamento ritiene di dover apprestare in favore dei soggetti impediti, per incapacità legale o funzionale, ad agire personalmente"6 .
Sarebbe preferibile dunque procedere alla nomina del curatore del minore in tutti i procedimenti ex art. 336 cod. civ., al momento dell'apertura del procedimento: "il fanciullo acquisirebbe così una poltrona in prima fila nel processo, avrebbe una vox in capitulo"7 . Il curatore poi, alla luce della conoscenza dei fatti e degli atti processuali, potrà anche ritenere che l'interesse del minore sia adeguatamente rappresentato da uno dei due genitori e quindi decidere di non costituirsi in giudizio, o di svolgere esclusivamente un intervento adesivo.
Nella prassi, sia per i procedimenti de potestate che per quelli di adottabilità, la persona di regola scelta a ricoprire il ruolo di curatore speciale è, al contempo, avvocato (e generalmente un avvocato con esperienza nel settore del diritto minorile), anche al fine di evitare una nuova nomina del difensore da parte del curatore speciale. A tale proposito non può però non evidenziarsi la grave lacuna della legge n. 149/2001 laddove ha previsto la nomina del difensore del minore senza disciplinare le specifiche competenze che sono necessarie per poter svolgere adeguatamente tale incarico. A tale proposito sono sicuramente degne di nota le iniziative di alcuni tribunali per i minorenni che, in collaborazione con i locali Consigli degli Ordini Forensi, hanno redatto elenchi di avvocati disponibili ad assumere l'incarico di curatore speciale/avvocato del minore (richiedendo, in particolare, attitudine ed esperienza professionale nella materia, iscrizione all'Albo da almeno sei anni, partecipazione a specifiche iniziative di formazione e di aggiornamento professionale, assenza di sanzioni disciplinari).
Il curatore/avvocato che si costituisca nel procedimento può ottenere un compenso per la propria attività ove sussistano i presupposti per l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato . La razionalità complessiva del sistema può, infatti, dirsi raggiunta solo allorché il difensore del minore sia reso autonomo dai genitori attraverso la previsione della retribuzione come onere a carico dello Stato: le norme sul patrocinio a spese dello Stato costituiscono una garanzia non solo di giusto e sicuro compenso per il difensore, ma soprattutto di autonomia professionale del mandato difensivo nell'interesse del minore. Il compenso professionale dell'avvocato del minore (e del consulente di parte) dovrà perciò essere liquidato ai sensi dell'art. 82 (e dall'art. 83) del Testo Unico sulle spese di giustizia.
Si ritiene che la natura pubblicistica dei procedimenti di adottabilità e di quelli di limitazione e decadenza della potestà escluda la rivalsa dello Stato8 sugli esercenti la potestà che superano i limiti di reddito previsti dalla legge.
Alcune recenti sentenze della Corte di Cassazione9 hanno chiarito la questione della rappresentanza del minore nel procedimento di adottabilità fissando i seguenti principi:
- se è nominato un tutore, e questi non è in conflitto di interessi con il minore, sarà questi a rappresentarlo nel processo e a essere difeso da un avvocato, assicurando così al minore sin dall'inizio la difesa tecnica prevista dall'art. 8 L. n. 184/1983;
- se è il tutore non è nominato, o si trova in conflitto di interessi con il minore, sarà nominato un curatore; sarà il curatore a rappresentare il minore nel processo, che sarà difeso da un avvocato, assicurando in tal modo al minore la difesa tecnica sin dall'inizio;
- sia il tutore che il curatore possono essere avvocati (in tal caso le funzioni di rappresentanza ad processum e di difesa tecnica restano distinte, anche se espletate dalla stessa persona).
L'avvocato che nel procedimento di adottabilità ricopre sia il ruolo di rappresentante (tutore o curatore) che quello di difensore tecnico, svolge una duplice funzione particolarmente delicata in ragione dell'altissimo profilo costituzionale dei diritti che sono oggetto di provvedimento, ai sensi degli artt. 2 e 30 della Costituzione.
 
4. Il difensore del minore e dei genitori: tutore di interessi particolari o collaboratore di giustizia?
Tali considerazioni inducono ad esaminare un altro aspetto applicativo piuttosto problematico, che è quello dell'esercizio delle funzioni di difensore dei genitori e di curatore speciale/avvocato del minore, in maniera responsabile e trasparente, ad opera di soggetti altamente qualificati, che siano in grado di discernere non solo l'interesse del minore astrattamente inteso, ma anche la sua opinione nello specifico. La figura dell'avvocato nasce in risposta ad una precisa esigenza sociale, quella della tutela degli interessi del singolo. Tutelare gli interessi del singolo non significa, però, tutelarli indiscriminatamente ponendo in essere qualsiasi tipo di azione.
Il compito assegnato alla classe forense è delicato e diviene estremamente complesso quando si tratta di tutelare una delle parti nei procedimenti che hanno a oggetto il rapporto genitori-figli e la tutela di questi ultimi. È vero che nessuna norma impone direttamente all'avvocato il dovere di contribuire alla giustizia, ma tale dovere appare sotteso a tutte le norme contenute nel Codice deontologico forense quali: il dovere di lealtà e correttezza (art. 6), il dovere di segretezza e riservatezza (art. 9), il dovere di competenza (art. 12) e di aggiornamento professionale (art. 13), e il dovere di verità (art. 14)10 .
Di conseguenza il dovere dell'avvocato di contribuire alla giustizia, seppur non direttamente previsto dalla legge, appare come la conseguenza diretta della corretta interpretazione dei doveri deontologici che fanno capo all'avvocatura. E tali doveri diventano ancor più pregnanti laddove l'intervento del legale avvenga nei procedimenti che coinvolgono, a vario titolo, un minore.
Da una concezione etica del rapporto tra professione legale e società deriva che l'avvocato non deve rendere conto del proprio operato soltanto al cliente (o al proprio Ordine professionale), ma anche alla società civile: non dimentichiamo che gli avvocati non sono soltanto i difensori dei propri clienti, ma contribuiscono al funzionamento complessivo del sistema giurisdizionale, con evidenti riflessi sulla collettività.
Non è sufficiente per l'avvocato possedere le competenze giuridiche che consentono di interpretare e applicare le norme né rispettare le regole e le procedure: è necessario considerare i risultati. Etica della responsabilità significa appunto valutare le conseguenze delle proprie azioni, chiedendosi cosa accadrà se si agisce in un determinato modo, ovvero se non compiono determinate azioni, e nei confronti di chi si produrranno tali conseguenze.
L'avvocato del minore e dei genitori deve avere un nuovo concetto di "vittoria": "vince chi sa fare il gioco di squadra, chi sa accoppiare la competenza legale a quella sociale", ed ha bisogno di una particolare formazione perché gli sono assegnati compiti estremamente complessi che non possono essere lasciati all'intuito dell'improvvisazione o delle sensibilità individuali11 .
In una valutazione del ruolo dell'avvocato fondata sull'etica della responsabilità i doveri di competenza e di aggiornamento professionale sovrastano e condizionano ogni altra regola. A questo riguardo emergono purtroppo gravi carenze dell'ordinamento professionale e altrettanto gravi disattenzioni della classe forense.
La responsabilità sociale dell'avvocato richiede una presa di coscienza del problema e un impegno concreto da parte dell'intera avvocatura (e delle sue istituzioni) per colmare ritardi in un settore particolarmente sensibile. Come da più parti è stato suggerito diventa urgente studiare norme deontologiche e standards di comportamento per l'avvocato che si occupa di diritto minorile, di una materia nella quale si accentuano così tanto i profili di discrezionalità, e quindi di responsabilità, del difensore . In questo settore, più che in altri, l'avvocato si trova ad adottare decisioni circa la condotta processuale che farà seguire ai propri clienti, i quali non sono in grado di valutare né ex ante né (spesso) ex post se l'incarico è stato svolto in conformità all'impegno di qualità tecnica e di correttezza che è richiesto al difensore.
Le regole deontologiche di carattere generale sono certamente utili anche nei procedimenti minorili. Tuttavia costituisce un dato innegabile di esperienza che, quando in un procedimento è presente direttamente o indirettamente un minore, i comuni modelli di comportamento professionale non appaiono né sufficienti né adeguati13 . Si sente l'esigenza di norme deontologiche che, esplicitando i doveri dell'avvocato prevedano anche sanzioni più severe per chi dovesse violare tali doveri.
Se alcuni doveri, per la presenza di minori, richiedono una più rigorosa osservanza (penso, ad esempio, al dovere di segretezza e riservatezza, di cui all'art. 9 del codice deontologico forense), in altri casi ci si trova spesso a conciliare esigenze contrastanti. Così quando l'avvocato svolge la funzione di difensore di uno dei due genitori la sua attività è concentrata sull'interesse di chi gli si affida per tutelare la propria posizione personale, ma può capitare che egli venga a conoscenza di comportamenti del suo cliente lesivi dei diritti del figlio. In tali situazioni infatti l'interesse del minore è inevitabilmente filtrato da ciascuno dei genitori, a volte anche strumentalmente, per l'esigenza di tutela di interessi diversi e spesso antitetici14.
Il ruolo dell'avvocato si fa qui delicatissimo: egli deve indubbiamente difendere il proprio cliente con la lealtà e correttezza richieste dall'art. 6 del codice deontologico forense, ma deve anche tener presente l'esistenza di figli minori, destinati a subire le conseguenze di decisioni che dovrebbero essere prese nel loro interesse da soggetti che spesso sono inadeguati a svolgere le funzioni genitoriali, oppure in conflitto fra loro.
La responsabilità dell'avvocato assume quindi un rilievo che trascende la nozione di normale responsabilità professionale, e le comuni regole deontologiche, poiché nel nostro ordinamento la posizione del minore resta ancor oggi estremamente fragile e rischia di essere piegata alle esigenze di altri. Il problema delle conseguenze delle scelte difensive si pone quindi non soltanto nei confronti del proprio assistito, ma soprattutto nei confronti della collettività.
Nella materia del diritto minorile si evidenzia l'elevata responsabilità dell'avvocato chiamato a dare il proprio apporto di specifica professionalità che non deve essere esclusivamente giuridica, ma svolto con la competenza e la capacità di agevolare il raggiungimento di un equilibrio familiare adeguato alle esigenze di vita dei minori coinvolti. L'avvocato infatti, come ogni operatore coinvolto in questi giudizi, non può sottrarsi all'obbligo di tutela dell'interesse del minore.
È altresì evidente come accanto alla predisposizione di un codice deontologico, o forse ancora prima, solo la particolare formazione dell'avvocato dei genitori e del minore potrà garantire davvero un servizio utile e professionalmente adeguato. Occorre che, in questa materia, l'avvocato sviluppi una capacità comunicativa e una competenza relazionale che gli permetta non solo di rapportarsi con il proprio assistito ma anche di "dialogare con la famiglia, interagire con i servizi, collaborare con i consulenti (...) sviluppando con tutti questi soggetti un rapporto di collaborazione sinergica, anziché di contrapposizione"15 .
In conclusione, l'avvocato dei genitori e del minore non deve essere soltanto preparato sul terreno tecnico-giuridico, poiché coloro che sono chiamati ad assistere un minore o uno dei genitori debbono possedere una formazione pluridisciplinare, che attinga anche a competenze di psicologia e sociologia, per poter comprendere meglio la personalità del minore nelle varie fasi dello sviluppo evolutivo, e per poter entrare con maggior competenza all'interno delle dinamiche familiari. Affinché il minore sia veramente presente con i propri bisogni nelle procedure che lo riguardano è necessario che il suo difensore sappia interpretarli correttamente, attivando con lui una valida e proficua relazione.
 
 

L'intento del legislatore del 2001 si evince chiaramente dalla relazione governativa al D.L. n. 150/2001 che fa esplicito riferimento alla "necessità di assicurare l'effettività della difesa tecnica sia nei confronti dei genitori che dei minori".
Corte costituzionale, sent. 16 gennaio 2002, n. 1, in Famiglia e diritto, 2002, 230-233.
3 Sotto questo profilo la modifica legislativa pone in linea la normativa nazionale con quella internazionale, non soltanto con la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 che, all'art. 12, sancisce il diritto del fanciullo ad esprimere la propria opinione su ogni questione che lo interessa, in considerazione della sua età e del suo grado di maturità, e "la possibilità di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne, sia direttamente sia tramite un rappresentante o un organo appropriato", ma anche con la Convenzione di Strasburgo sull'esercizio dei diritti dei fanciulli del 25 gennaio 1996, ratificata in Italia con la legge n. 77/2003, che mira a promuovere la concessione di diritti processuali in favore dei minori "affinché possano personalmente o per il tramite di altre persone o organi, essere informati ed autorizzati a partecipare ai procedimenti che li riguardano dinanzi ad un'autorità giudiziaria" (art. 1).
4Tale finalità è resa manifesta nella relazione governativa al D.L. 150/2001, dove si legge che "Per quanto attiene il procedimento per l'adozione dei provvedimenti di cui all'art. 336 cod. civ., la previsione della difesa tecnica contenuta nella legge di riforma necessita di una revisione del procedimento che si svolge dinanzi al tribunale per i minorenni nelle forme dei procedimenti in camera di consiglio e cioè secondo forme procedurali che necessitano di una revisione, anche a seguito della modifica dell'art. 111 Cost."; sicché, pur invocando una disciplina più dettagliata del procedimento minorile, il legislatore enuncia intanto, fuori da ogni possibile fraintendimento, di aver introdotto nella legge 149/01, "la previsione della difesa tecnica".
La Cassazione (sent. 16 settembre 2002 n. 13507) ha però affermato che "è ravvisabile il conflitto di interessi, tra chi è incapace di stare in giudizio personalmente e il suo rappresentante legale, ogni volta che l'incompatibilità delle rispettive loro posizioni è anche solo potenziale a prescindere dalla sua effettività".
6Cass., sez. II, sent. 30 maggio 2003 n. 8803.
G. Magno, Il minore come soggetto processuale, Giuffré, Milano 2001, p. 123.
8 Sussistendo un conflitto d'interessi con i genitori, ai fini dell'ammissione al patrocinio dovrà tenersi conto del solo reddito proprio del minore (non anche di quello dei genitori), salvo i rarissimi casi in cui il minore goda di redditi propri (ad esempio per rendite da capitali e/o da fabbricati di proprietà).
9 Cass., sez. I civ., sent. 17 febbraio 2010 n. 3804; Id., sent. 17 febbraio 2010 n. 3805; Cass., sez. I civ., sent. 26 marzo 2010 n. 7281.
10Cfr. R. Danovi, "Dall'avvocato della famiglia all'avvocato del minore", in G.O. Cesaro (a cura di), La tutela dell'interesse del minore: deontologie a confronto, FrancoAngeli, Milano 2007, pp. 29-42.
11 L. De Cataldo Neuburger (a cura di), Psicologia e processo. Lo scenario di nuovi equilibri, Cedam, Padova 1989.
12 A. Mariani Marini, "Deontologia e responsabilità sociale: l'avvocato e il minore", in L'avvocato del minore, AIAF, Quaderno 2004, n. 1, pp. 346-355.
13 S. Rossi, "Il minore e l'avvocato tra norme processuali e principi deontologici", Rassegna Forense, 2003, 1, pp. 45-64.
14 G. Sergio, "Bambini contesi e processo civile: il contributo della psicologia per la tutela del minore", in Diritto, famiglia e persone, 1996, p. 677.
15 A. Mestitz, M. Colamussi, Il difensore per i minorenni, Carocci, Roma 2003.