I diritti del minore nel procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilita'
in Quaderno AIAF - Associazione Italiana degli Avvocati per la Famiglia e per i Minori - n. 02/2011
di Carla Loda
Per comprendere la recente evoluzione normativa sull'adozione, deve considerarsi che essa, oggi tanto discussa e comunque oggetto di attenzione, è stata per lungo tempo, fino a pochi decenni fa, del tutto vietata in Italia. Infatti, fino al 1942 il codice civile del 1865 ha vietato l'adozione dei minorenni, consentendola solo agli ultradiciottenni ed è stata in sostanza un'adozione tra adulti.
L'istituto dell'adozione è cambiato profondamente a partire dagli anni '60 del secolo scorso, quando sono emerse in modo evidente due circostanze determinanti: da un lato, una nuova cultura dei diritti dell'infanzia, tra cui, in particolare, quello del minore alla famiglia, effetto soprattutto degli studi sui danni psichici che la protratta istituzionalizzazione produce sui bambini; dall'altro, il rilevante aumento della sterilità in coppie di coniugi desiderose di far entrare in famiglia un figlio legittimo a tutti gli effetti. E' nata così l'adozione prevista dalla L. 431/19671 , con la quale si è realizzata quella che fu una vera e propria rivoluzione: al centro dell'adozione vi erano non più gli adulti (adottante e genitori che consensualmente si "cedevano" il figlio adottando), ma il minore con il diritto alla sua famiglia e con quello conseguente ad averne una adottiva (la cd. famiglia degli affetti), se si fosse accertata giudizialmente la sua situazione di abbandono.
Alla L. 431/1967 hanno fatto seguito, nel giro di poco più di trent'anni, quattro nuove leggi: prima la L. 184/1983 e poi ben tre leggi in tre soli anni: due di modifica, la L. 476/1998 sull'adozione internazionale, la L. 149/2001, sull'adozione nazionale ed internazionale, ed una di proroga, la L. 23 giugno 2001 n. 240 (che ha convertito in legge il decreto-legge 150/2001, sancendo che al procedimento per la dichiarazione di adottabilità e a quello di opposizione continuavano ad applicarsi le disposizioni processuali vigenti prima dell'entrata in vigore della L. 149/2001).
Com'è a tutti noto alcune parti della legge n. 149/2001 sono vigenti dal 27 aprile 2001 (cioè dal giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale), mentre le norme processuali sono entrate in vigore il 1° Luglio 2007.
In relazione alla dichiarazione di adottabilità, il legislatore del 2001, nello scegliere tra il modello camerale a contraddittorio posticipato (come quello previsto dal testo originale della legge n.184/83, che prevedeva una prima fase camerale e un eventuale giudizio di opposizione di tipo contenzioso davanti allo stesso Tribunale per i minorenni) e un modello procedimentale più vicino a quello a cognizione piena - sia pure garantito dal principio dell'iniziativa pubblica dell'azione - ha optato per questo secondo tipo, introducendo una procedura per la dichiarazione di adottabilità che valorizza il contraddittorio nella prospettiva di maggiori garanzie per tutte le parti coinvolte nel processo.
La legge n. 149/01 si inscrive in un quadro normativo che prende le mosse dalla riforma costituzionale del 1999, con cui il legislatore ha voluto dare più incisivo riconoscimento al principio del giusto processo e quindi garantire ad ogni cittadino che il giudizio si svolga "nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale" (art. 111 Cost. II c., come novellato dalla L. cost. 23/11/99 n. 2). La ratio della norma in esame era dunque quella di arginare la deriva inquisitoria dei giudizi minorili, nei quali, in nome della tutela del minore e della speditezza del procedimento, molto spesso risultava offuscato il diritto di difesa delle parti. E che questo fosse l'intento del legislatore del 2001 si evince chiaramente dalla relazione governativa al D.L. 150/01 (quello contenente la prima proroga dell'entrata in vigore della L. n. 149/01), che fa esplicito riferimento alla "necessità di assicurare la effettività della difesa tecnica sia nei confronti dei genitori che dei minori".
In quest'ottica pare che il minore riceva tutela quasi per caso, essendo probabilmente l'obiettivo del legislatore, anche sull'onda delle forti spinte provenienti dall'opinione pubblica, quello di salvaguardare piuttosto gli adulti coinvolti nei giudizi minorili. Come che sia, alla luce delle novità introdotte dalla legge in commento, non si può negare che il minore debba essere considerato a tutti gli effetti parte del procedimento. Ed invero un'interpretazione in tal senso è fornita dalla stessa Corte Costituzionale, con la nota sentenza n. 01/2002, secondo la quale dalla legge n. 149/01 "chiaramente si evince l'attribuzione al minore (nonché ai genitori) della qualità di parte con tutte le conseguenti implicazioni".
La riforma dell'adozione nazionale ha inciso soprattutto su tre punti: 1) quello dei requisiti degli adottanti; 2) quello delle garanzie di difesa della famiglia biologica nel procedimento di adottabilità; 3) quello del diritto di accesso dell'adottato alla conoscenza delle proprie origini e dell'identità dei genitori biologici.
In sostanza da un lato si assiste ad una più accentuata attenzione agli adulti, sia in relazione ai diritti della famiglia d'origine che alle aspettative degli aspiranti adottanti; dall'altro una profonda modificazione nel modello di adozione legittimante scelto, che non è più quello precedente, ispirato alla concezione dell'adozione come "seconda nascita", che cancella definitivamente ogni riferimento alla famiglia di origine, ma ad un modello meno rigido, che pur sancendo per l'adottato la condizione di figlio legittimo degli adottanti, gli riconosce tuttavia ad una certa età il diritto di accesso alle proprie origini e alla conoscenza dell'identità dei suoi genitori biologici.
Seguendo la scia dell'impostazione sistematica seguita dalla normativa precedente, anche la L. n. 149/2001 è ispirata alla logica del centralismo giudiziario, che vede quale protagonista principale il Tribunale per i Minorenni2. In sostanza, il Tribunale vede rafforzata la sua funzione di terzietà grazie alla perdita del potere d'iniziare d'ufficio il procedimento di adottabilità, che acquista le caratteristiche di un procedimento contenzioso sin dall'inizio.
Altra rilevante novità che il nuovo modello del procedimento di adottabilità propone è costituito dalla presenza obbligatoria nel giudizio, sin dall'inizio, del difensore dei genitori e del minore, ma la specificità è costituita dal fatto che il legislatore non si è limitato ad anticipare al momento iniziale del procedimento la fase contenziosa (che nella normativa precedente cominciava con il giudizio di opposizione avverso il decreto di adottabilità), ma ha voluto assicurare un'effettività della difesa. La legge n. 149/2001 modifica, infatti, l'art. 8 comma 4° della L. 184/83 introducendo l'inciso: "il procedimento di adottabilità deve svolgersi fin dall'inizio con l'assistenza legale del minore e dei genitori o degli altri parenti di cui al comma 2 dell'articolo 10". Tuttavia, il successivo articolo 10 prevede che ai genitori ed ai parenti debba essere nominato un difensore d'ufficio, ma non contiene alcuna previsione in ordine alla enunciata assistenza legale del minore; solo i successivi artt. 15 e 16 fanno un fugace riferimento al tutore ovvero al curatore speciale del minore, cui si prevede che "ove esistano" vada notificata la sentenza che dichiara lo stato di adottabilità. La norma, dunque, pur introducendo in linea di principio la necessità della assistenza/difesa del minore, non chiarisce in che modo essa vada assicurata.
Orbene, l'entrata in vigore delle disposizioni processuali della L. n. 149/01 è stata prorogata di anno in anno, per ben sei volte, in attesa dell'emanazione di una specifica disciplina sulla difesa di ufficio nei procedimenti per la dichiarazione dello stato di adottabilità, ed in generale, di una normativa più dettagliata sui procedimenti minorili3 . Tuttavia, pur in assenza delle auspicate riforme, la legge in commento è entrata pienamente in vigore a far data dal 1° Luglio 2007, lasciando gli interpreti di fronte a numerosi problemi applicativi dovuti da un lato alle evidenti lacune normative e dall'altro ad un testo di riforma talvolta impreciso e contraddittorio.
In mancanza di elementi normativi chiari, ogni Tribunale per i Minorenni ha dovuto interpretare la legge, dando così luogo a prassi attuative spesso differenti sul territorio nazionale. La maggioranza dei Tribunali per i Minorenni ha optato per la nomina di un curatore speciale (o di un avvocato del minore); la nomina viene fatta, in prevalenza, d'ufficio, ma in alcuni Tribunali si ritiene necessaria l'istanza di parte o del P.M. ai sensi dell'art. 78 c.p.c.. Di regola il curatore viene scelto fra gli avvocati che abbiano esperienza nel settore del diritto minorile, ma in poche sedi sono stati predisposti albi specifici da parte degli Ordini forensi. Nella maggior parte dei casi, il curatore non è retribuito; l'avvocato del minore (ovvero il curatore/avvocato che si costituisca nel procedimento) può ottenere una retribuzione ove sussistano i presupposti per l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato4.
Dall'entrata in vigore delle norme processuali della L. 149/2001 il procedimento di adottabilità è iniziato solo su ricorso del P.M.: in attuazione dei principi del giusto processo (art. 111 Cost.) viene meno l'iniziativa officiosa del Tribunale e viene assicurata la piena terzietà del Tribunale. Il contraddittorio, infatti, si deve realizzare sin dall'inizio del procedimento tra il P.M., che promuove il procedimento, ed i genitori (o, in mancanza, i parenti entro il quarto grado che abbiano significativi rapporti con il minore) i quali dovranno essere muniti di difensore nominato da loro stessi o, se essi non vi provvedano, di un difensore d'ufficio nominato da presidente del Tribunale per i minorenni (art. 8).
Il P.M. in ogni caso non può limitarsi a promuovere il ricorso iniziale, lasciando al Tribunale ogni iniziativa istruttoria, ma dovrà assumere preliminarmente le "necessarie informazioni"5 ; solo quando queste saranno tali da fornire elementi significativi che depongano per la situazione d'abbandono del minore, egli dovrà promuovere il ricorso. Una volta che sia stato proposto il ricorso il Presidente del Tribunale per i Minorenni deve disporre l'apertura del procedimento relativo allo stato di abbandono del minore ed espletare direttamente indagini più approfondite o delegarle a un giudice. Le indagini vanno effettuate, se necessario, tramite i servizi sociali locali e gli organi della pubblica sicurezza e devono riguardare le condizioni giuridiche e di fatto del minore, l'ambiente in cui ha vissuto e vive, per accertare se egli è in situazione di abbandono.
Come si è detto, i genitori o, se essi mancano, i parenti entro il quarto grado tenuti agli alimenti, sin dal primo momento devono nominare un difensore o riceverlo d'ufficio nel caso in cui essi non vi provvedano. Il Presidente ha il dovere di avvertire i soggetti suindicati sia dell'apertura del procedimento di adottabilità che della necessità di procedere alla nomina di un difensore. Essi possono partecipare a tutti gli accertamenti disposti dal Tribunale, possono presentare istanze anche istruttorie e prendere visione ed estrarre copia degli atti contenuti nel fascicolo, previa autorizzazione del giudice.
E' anche disposto che i parenti, entro il quarto grado, anche quelli che hanno un rapporto significativo con il minore, devono essere "avvertiti" dell'inizio del procedimento solo "in mancanza" dei genitori. Ciò modifica una costante giurisprudenza contraria (si veda, per tutte, Cass. 6/12/1991 n. 13133). Si è posto perciò il problema del significato dell'espressione "in mancanza": essa è per lo più intesa nel senso che i genitori devono essere deceduti, irreperibili oppure impediti per legittimare il diritto dei parenti entro il quarto grado di essere avvertiti. Va peraltro aggiunto che, se anche i parenti suddetti non sono legittimati a ricevere la comunicazione dell'inizio del procedimento e alla nomina di un difensore d'ufficio in presenza dei genitori, tuttavia nulla impedisce loro di intervenire nel procedimento con l'assistenza di un difensore da loro nominato.
In relazione alla sancita partecipazione di parti e difensori a tutti gli accertamenti disposti dal Tribunale si pone la questione se ciò debba riguardare anche le indagini richieste dal Tribunale ai servizi sociali. L'attento esame della disposizione induce ad escludere tale possibilità: la richiesta ai servizi sociali di più approfondite indagini sulla situazione del minore viene posta sullo stesso piano degli accertamenti commissionati agli organi di pubblica sicurezza. Quello che invece potrà avvenire è che gli operatori sociali, al pari di quelli della sicurezza pubblica, potranno essere sentiti sulle indagini svolte, sulle loro modalità, sui risultati che ne sono derivati.
Già prima della riforma, la legge relativa all'adozione nazionale si era posta la necessità di procedere all'ascolto del minore e la giurisprudenza ne aveva spiegato il significato: "l'esigenza di ascoltare il minore – nella duplice previsione, obbligatoria per gli ultradodicenni e facoltativa per gli infradodicenni – costituisce una costante intesa ad attribuire rilievo alla personalità ed alla volontà del minore in relazione a provvedimenti che nel suo interesse trovano la loro ragione di essere. I provvedimenti nell'interesse del minore, pertanto, non vanno stabiliti a priori, sulla base di un generico criterio di adeguatezza, ma vanno rapportati alle reali esigenze del caso concreto che non possono non emergere da un diretto colloquio col soggetto interessato" (cfr. Cass. Sez. I. 23/7/1997 n. 6899).
Com'è noto, l'art. 10, comma 3 (comma 2 nel testo precedente), della L. 184/1983 prevede che il Tribunale può disporre in ogni momento e fino all'affidamento preadottivo ogni opportuno provvedimento provvisorio, ivi compresi il collocamento temporaneo presso una famiglia o una comunità di tipo familiare, la sospensione della potestà dei genitori, la sospensione dell'esercizio delle funzioni del tutore e la nomina di un tutore provvisorio.
Il testuale riferimento al collocamento temporaneo presso una famiglia, che nel testo precedente non era espressamente previsto, segna la presa d'atto dell'orientamento risalente che i Tribunali per i minorenni hanno seguito per gestire l'annoso problema dell'eccessiva lunghezza del procedimento di adottabilità, uno dei pochi caratterizzato, prima della riforma, da quattro livelli di giurisdizione (dichiarazione di adottabilità, opposizione, appello, cassazione).
Vi era in sostanza da risolvere il problema che con l'apertura del procedimento di adottabilità e la sospensione dei genitori dalla potestà si rischiava di condannare il minore ad una lunga istituzionalizzazione ed al totale isolamento affettivo con l'interruzione (conseguente eventualmente alla sospensione della potestà) dei rapporti con i suoi genitori e con gli altri parenti. Il rischio era insomma quello di accentuare le carenze nello sviluppo psicofisico del bambino, anziché favorirne l'immediato superamento. Sussistendo, in realtà, i presupposti per l'assunzione di provvedimenti cautelari (fumus boni iuris e pericolo nel ritardo) la pronunzia di provvedimenti cautelari d'urgenza era pienamente giustificata. Ma questo intervento, in tanto poteva conseguire in pieno il risultato che si proponeva, in quanto riusciva a realizzare il diritto del minore a vivere nell'ambito di una famiglia (anche se ovviamente non si trattava della sua). Perciò i Tribunali puntarono subito al collocamento provvisorio in una famiglia. Problema ulteriore da risolvere fu quello se preferire il collocamento del minore in famiglia secondo la formula dell'affidamento familiare per affidarlo poi in preadozione ad altra famiglia (quando il provvedimento di adottabilità fosse divenuto definitivo) oppure il collocamento immediato nella famiglia che, avendo fatto domanda di adozione ed essendo stata valutata positivamente, accettasse il bambino in via temporanea, assumendo quindi "il rischio" che – se il procedimento di adottabilità si fosse concluso negativamente – il minore sarebbe stato allontanato per rientrare nella famiglia di origine. Se, invece, il procedimento si fosse concluso con l'adottabilità definitiva, l'affidamento provvisorio si sarebbe trasformato in affidamento preadottivo, lasciando il minore nella stessa famiglia. E' stata questa seconda la strada che generalmente i Tribunali hanno preferito percorrere. Ed è per questo che nelle prassi giudiziarie, quando decide di procedere all'affidamento provvisorio, il Tribunale per lo più anticipa di fatto a tale momento la comparazione tra le coppie prevista dall'art. 22, comma 6°, tenendo conto ovviamente delle sole famiglie che si siano dichiarate disponibili ad accettare un affidamento provvisorio a rischio e che vengono implicitamente preferite nella comparazione a quelle non disponibili a tale affidamento. Si è sostenuto in dottrina che in tali casi il giudizio di comparazione va pur sempre effettuato dopo che l'adottabilità sia diventata definitiva (cioè seguendo l'ordine indicato dalla legge), ma che si deve in ogni caso tener conto della buona prova offerta da coloro che hanno accolto in via provvisoria il minore. Tale interpretazione non è però accolta dalla giurisprudenza e dalla prassi, che sono assolutamente concordi nell'anticipare la comparazione al momento dell'affidamento provvisorio ed a limitarsi poi, una volta diventata definitiva l'adottabilità, ad una successiva trasformazione dell'affidamento da provvisorio a preadottivo, lasciando il minore presso la stessa famiglia, sempre naturalmente che egli sia pienamente integrato e che non siano intervenute difficoltà serie nel suo inserimento familiare.
Va poi aggiunto che l'affidamento provvisorio a rischio – che è pronunciato con provvedimento collegiale o con provvedimento monocratico confermato in sede collegiale entro trenta giorni e che, secondo una parte della giurisprudenza, è impugnabile sia in appello che in cassazione ai sensi dell'art. 111 Cost., poiché incide su posizioni di diritto soggettivo (cfr. Cass. 28.11.1987 n. 8858) – ha assunto nella prassi giudiziaria i seguenti ulteriori connotati che lo avvicinano all'affidamento preadottivo: 1) è orientamento della maggioranza dei Tribunali quello di cumulare il periodo di durata dell'affidamento provvisorio con quello dell'affidamento preadottivo ai fini della decorrenza dell'anno di preadozione, richiesto dall'art. 25 comma 1 (quando la durata dell'affidamento provvisorio risulti superiore ad un anno il T.M. di Roma evita di pronunciare il decreto di affidamento preadottivo e passa direttamente alla dichiarazione di adozione, ritenendo che, essendo le modalità di realizzazione dell'affidamento provvisorio assolutamente simili a quelle dell'affidamento preadottivo, sia preferibile un tale sistema nell'interesse del minore); 2) pur essendo previsto dalla legge solo per l'affidamento preadottivo il divieto, penalmente sanzionato dall'art. 73 comma 3° della legge n. 184/1983 per i pubblici ufficiali di fornire notizie atte a rintracciare il minore adottabile, tuttavia un analogo dovere di riservatezza viene ritenuto estensibile anche all'affidamento provvisorio, allo scopo di evitare che i genitori conoscano l'attuale collocamento del minore e vanifichino così i successivi effetti che in seguito assicurerebbe - una volta che sia divenuta definitiva l'adottabilità - l'affidamento preadottivo. Per questa ragione i Tribunali usano fare ricorso ad iscrizioni anagrafiche di comodo ed inoltre procedere al collocamento temporaneo del minore in famiglia con contemporanea sospensione dei genitori dalla potestà e nomina di un tutore provvisorio, in modo da procedere alla notificazione del decreto contenente i nomi degli affidatari provvisori al solo tutore nominato, mentre ai genitori viene notificato altro decreto dello stesso contenuto, ma privo dei nomi degli affidatari.
Un problema delicato si pone poi a seguito della riforma, in quanto l'art. 10 comma 2° prevede oggi che i genitori (o, in mancanza, i parenti entro il quarto grado che abbiano rapporti significativi con il minore), assistiti dal difensore, possano partecipare a tutti gli accertamenti disposti dal Tribunale e prendere visione degli atti contenuti nel fascicolo, mentre l'art. 15 ribadisce quanto già disposto e cioè che prima della dichiarazione di adottabilità deve essere sentito l'affidatario. Vi sono quindi le condizioni, perché i genitori conoscano gli affidatari e li incontrino con l'effetto di vanificare gli orientamenti che finora hanno ispirato dottrina e prassi giudiziaria. Una conferma, in sostanza, che la concezione dell'adozione legittimante come seconda nascita, che cancella tutto il passato del minore e che interrompe ogni possibilità di notizia e conoscenza tra famiglia di origine e famiglia adottante sta gradualmente venendo meno.
Prescindendo dalla profonda modificazione strutturale del procedimento, le disposizioni relative alla dichiarazione di adottabilità (articoli da 11 a 16) sono rimaste sostanzialmente immutate dopo la riforma, tranne qualche modifica di carattere secondario. Si continua a seguire un iter più semplice nell'ipotesi di minore non riconosciuto alla nascita dai genitori o i cui genitori siano deceduti e non vi siano parenti entro il quarto grado che abbiano significativi rapporti. In tal caso il Tribunale provvede immediatamente alla dichiarazione di adottabilità. È fatta salva la possibilità di sospensione del procedimento su richiesta del genitore, che non abbia riconosciuto il minore, ma intenda farlo subito, o che non possa riconoscerlo perché infrasedicenne, se insieme ai parenti assiste il piccolo: alla sospensione segue la chiusura del procedimento, se entro i termini indicati dal provvedimento di sospensione il riconoscimento viene effettuato. Il Tribunale deve informare i presunti genitori della facoltà di chiedere la sospensione del procedimento. Il riconoscimento avvenuto dopo l'affidamento preadottivo è privo di efficacia; il giudizio per la dichiarazione giudiziale di paternità o di maternità è sospeso e si estingue, quando sia successivo al provvedimento di adozione.
Più complesso è il procedimento nel caso di presenza di genitori o di parenti entro il quarto grado che abbiano rapporti significativi. In tal caso viene fissata la loro comparizione con decreto e all'esito possono essere impartite loro prescrizioni per garantire l'assistenza morale, l'educazione, l'istruzione e il mantenimento del minore. Può essere anche chiesto al P.M. di promuovere l'azione per la corresponsione degli alimenti a carico di chi è tenuto per legge (questa disposizione in realtà è scarsamente utilizzata). A conclusione delle indagini, se i genitori convocati non si sono presentati senza motivo oppure l'audizione ha dimostrato il persistere della mancanza di assistenza morale e materiale e l'indisponibilità di ovviarvi o se le prescrizioni sono rimaste inadempiute per responsabilità dei genitori, il Tribunale, dopo aver sentito il tutore, se nominato, ed eventualmente il minore, pronunzia sentenza di adottabilità, che va notificata al P.M., ai genitori, ai parenti ed al curatore speciale con avviso che possono proporre impugnazione. Il ripetuto riferimento ai genitori ed ai parenti deve essere inteso come limitato al caso in cui tutti siano stati parti del procedimento.
Se non si ravvisano i presupposti per la dichiarazione di adottabilità, il procedimento va definito con sentenza che dichiari non luogo a provvedere ed il Tribunale deve adottare i provvedimenti opportuni nell'interesse del minore, ai sensi degli artt. 330 e segg. cod. civ..
Le modificazioni più significative apportate dalla riforma riguardano infine il regime delle impugnazioni: scompare l'opposizione e la sentenza che dichiara l'adottabilità può essere impugnabile prima in Corte d'Appello e poi in Cassazione. La sentenza d'appello, ai sensi dell'art.17, deve essere depositata entro quindici giorni. L'esigenza di celerità viene sottolineata anche in relazione al giudizio in Cassazione: l'udienza di discussione deve essere fissata entro sessanta giorni dal deposito degli atti introduttivi.
Nel caso in cui, successivamente alla dichiarazione di adottabilità, sia venuta meno la situazione di abbandono che l'aveva determinata, l'art. 21 prevede che il Tribunale per i Minorenni ne dichiari la revoca d'ufficio o su richiesta del P.M., dei genitori, del tutore. Si tratta invero di un'ipotesi assolutamente eccezionale che viene meno comunque quando sia intervenuto l'affidamento preadottivo, perché in tal caso lo stato di adottabilità non può più essere revocato.
 
GIURISPRUDENZA
Corte di Cassazione, sez. I, sentenza n. 23277 del 27.10.2006
Il ricorso per cassazione avverso le sentenze sullo stato di adottabilità pronunciate dalla Corte d'appello è ancora ammesso solo per violazione di legge, in base all'articolo 17 della legge 4/5/1983 n. 184, nel testo precedente alla modifica introdotta con l'articolo 16 della legge 28/3/2001 n. 149 (che ha previsto anche il ricorso per cassazione per vizio di motivazione, ai sensi dell'articolo 360, comma 1, n. 5, del c.p.c.), atteso che l'entrata in vigore della nuova normativa processuale è rimasta sospesa per effetto della disposizione transitoria contenuta nell'articolo 1 del D.L. 24/4/2001 n. 150, convertito con modificazioni nella legge n. 149 del 2001 fino all'emanazione di una specifica disciplina sulla difesa d'ufficio, e comunque non oltre il 30/6/2007 per effetto dell'articolo 1 comma 2, della legge 12/7/2006 n. 228, di conversione, con modificazioni, del D.L. 12/5/2006 n. 173. Il difetto di motivazione si può tradurre in violazione di legge - con conseguente ammissibilità del ricorso per cassazione - quando la motivazione è del tutto pretermessa o mancante, ovvero si estrinseca in argomentazioni del tutto inidonee a rivelare la ratio decidendi del provvedimento impugnato (motivazione apparente) o fra loro logicamente inconciliabili o, comunque, obiettivamente incomprensibili.
Nel contesto della valorizzazione e del recupero, finché possibile, del legame di sangue, e anche dei vincoli, come quelli con i nonni, che affondano le loro radici nella tradizione familiare, la quale trova il suo riconoscimento nella Costituzione (articolo 29), si rende necessario un particolare rigore, da parte del giudice del merito, nella valutazione della situazione di abbandono del minore quale presupposto per la dichiarazione dello stato di adottabilità, a essa potendosi ricorrere solo in presenza di una situazione di carenza di cure materiali e morali, da parte dei genitori e degli stretti congiunti (e a prescindere dall'imputabilità a costoro di detta situazione), tale da pregiudicare, in modo grave e non transeunte, lo sviluppo e l'equilibrio psico-fisico del minore stesso, e sempre che detta situazione sia accertata in concreto sulla base di riscontri obiettivi, non potendo la verifica dello stato di abbandono del minore essere rimessa a una valutazione astratta, compiuta ex ante, alla stregua di un giudizio prognostico fondato su indizi privi di valenza assoluta.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 13760 del 12.06.2007
Con riferimento alla nomina, ai sensi dell'art. 17 della legge n. 184 del 1983, del curatore speciale del minore a seguito dell'opposizione avverso la dichiarazione dello stato di adottabilità, mentre è possibile che l'autorità giudiziaria nominante modifichi o revochi la suddetta nomina, deve escludersi che l'ufficio di curatore speciale possa essere trasferito a terzi dallo stesso officiato.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 13761 del 12.06.2007
Nel procedimento di opposizione alla dichiarazione dello stato di adottabilità, nel quale la mancata audizione in appello del ricorrente (nella specie sorella del minore) non è espressamente sanzionata dall'art. 17 della legge 4 maggio 1983, n. 184 con la nullità del procedimento e della sentenza, è inammissibile, per carenza di concreto interesse a denunciare la pretesa nullità processuale, il motivo di ricorso per cassazione con il quale il ricorrente, che sia già stato ascoltato in primo grado, si dolga della propria mancata audizione in appello, allorché - non indicandosi le ragioni difensive personali di carattere decisivo che quel giudice non abbia potuto ascoltare - non si precisi in concreto quale utilità l'opponente avrebbe conseguito con detto adempimento e come la omessa audizione personale abbia inciso sugli atti successivi del procedimento e in particolare sulla sentenza.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 21093 del 09.10.2007
Avverso la sentenza sullo stato di adottabilità pronunciata dalla sezione per i minorenni della corte d'appello, il ricorso per cassazione è ammesso anche per vizio di motivazione ai sensi del n.5 del primo comma dell'art. 360 cod.proc.civ., a seguito dell'entrata in vigore dell'art. 16 della legge 28 marzo 2001 n. 149, sostitutivo dell'art. 17 della legge 4 maggio 1983 n. 184.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 4537 del 22.02.2008
In tema di adozione di minore, il termine di giorni 30 prescritto dall'art. 17 della legge 4 maggio 1983, n. 184, si riferisce al procedimento di opposizione alla dichiarazione dello stato di adottabilità, ed essendo un termine abbreviato di natura speciale, è inestensibile per analogia alla diversa fattispecie della revoca del decreto ex art. 21 della legge medesima, con la conseguenza che il ricorso per cassazione avverso il decreto emesso dalla Corte d'appello in sede di reclamo è tempestivo se notificato nel termine di 60 giorni.
In tema di adozione di minori in stato di abbandono, il provvedimento di affidamento preadottivo impedisce l'accoglimento dell'istanza di revoca del decreto dichiarativo dello stato di adottabilità, benchè disposto successivamente alla proposizione di quest'ultima, non avendo essa alcuna valenza sospensiva dell'efficacia esecutiva di detto decreto; ne discende che solo l'accoglimento dell'istanza di revoca, all'esito dell'accertamento dell'effettiva sopravvenienza dei fatti allegati, idonei a superare le condizioni di cui all'art. 8 della legge 4 maggio 1984, n. 183, ne fa venire meno con efficacia "ex nunc" l'esecutività.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 5952 del 05.03.2008
In materia di dichiarazione dello stato di adottabilità, e con riferimento all'assetto normativo previgente alle modifiche di carattere processuale apportate alla legge 4 maggio 1983, n.184 dalla legge 28 marzo 2001, n.149 (modifiche la cui efficacia è rimasta sospesa in forza della disposizione transitoria di cui all'art.1 del d.l. 24 aprile 2001, n.150, e successive proroghe, fino al 30 giugno 2007), la procura conferita in relazione ad un procedimento volto all'accertamento dello stato di adottabilità di un minore, ancorché rilasciata in tale procedimento "per ogni stato e grado di giudizio", non può estendere i suoi effetti ad un procedimento a carattere contenzioso, quale quello relativo al giudizio di opposizione avverso il decreto con il quale, a chiusura del primo procedimento, sia stato dichiarato lo stato di adottabilità.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 10645 del 24.04.2008
La mancata previsione dell'assistenza di un difensore e delle garanzie del contraddittorio nella fase precontenziosa antecedente alla pronuncia del decreto di adottabilità non comporta alcuna apprezzabile limitazione del diritto di difesa, trattandosi di procedimento camerale non contenzioso; è, pertanto, manifestamente infondata, in riferimento all'art. 24 Cost., la questione di legittimità costituzionale delle disposizioni della legge 4 maggio 1983, n. 184 (nel testo anteriore alle modifiche introdotte dalla legge 28 marzo 2001, n. 149, applicabile alla fattispecie "ratione temporis"), che regolano la procedura per la dichiarazione dello stato di adottabilità.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 20071 del 19.07.2008
Nei giudizi d'impugnazione (ricorso in appello e per cassazione) susseguenti alla pronuncia da parte del tribunale per i minorenni della sentenza sull'opposizione avverso il decreto di adottabilità, dei soggetti che erano legittimati all'opposizione, in quanto destinatari della notificazione del decreto di adottabilità ai sensi dell'art. 15 della legge n. 184 del 1983 (P.M., genitori, parenti entro il quarto grado, tutore), assumono la qualità di litisconsorti necessari soltanto quelli che abbiano effettivamente proposto l'opposizione, poiché gli altri non hanno la legittimazione ad impugnare la sentenza del Tribunale, che spetta, ai sensi dell'art. 17, ai soggetti destinatari della notifica di quest'ultima, cioè al P.M., all'opponente ed al curatore. (Nella specie la S.C. ha ritenuto rituale la mancata partecipazione al giudizio di cassazione del tutore).
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 22638 del 08.09.2008
Avverso i provvedimenti dichiarativi dello stato di adottabilità resi anteriormente alla data del 30 giugno 2007 deve proporsi ricorso in opposizione dinanzi allo stesso Tribunale per i minorenni, il quale decide con sentenza impugnabile dinnanzi alla sezione per i minorenni della Corte d'Appello.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 8713 del 04.04.2008
In materia di adozione, l'entrata in vigore dell'art.16 della legge 28 marzo 2001, n.149, sostitutivo dell'art.17 della legge 4 maggio 1983, n.184, che prevede la declaratoria dello stato di adottabilità con sentenza emessa dal tribunale per i minorenni impugnabile con appello dinanzi alla sezione per i minorenni della corte d'appello, è rimasta sospesa in forza della disposizione transitoria di cui all'art.1 del decreto-legge 24 aprile 2001, n.150 (convertito con modificazioni dalla legge 23 giugno 2001, n.240), il cui termine di efficacia dapprima fissato al 30 giugno 2002, è stato ripetutamente prorogato, da ultimo fino al 30 giugno 2007, in forza dell'art.1, secondo comma, della legge 12 luglio 2006, n.228, di conversione del decreto legge 12 maggio 2006, n.173, con la conseguenza che avverso i provvedimenti dichiarativi dello stato di adottabilità, resi anteriormente alla data del 30 giugno 2007, deve proporsi ricorso in opposizione dinanzi allo stesso tribunale per i minorenni.
 
Corte Europea dei diritti dell'uomo, sentenza del 13.01.2009
Costituisce violazione dell'art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, la pronuncia della dichiarazione di adottabilità di minori, non immediatamente riconosciuti, al termine di un procedimento in cui la madre non sia mai stata sentita, nonostante sua espressa richiesta in tal senso. (La Corte di Strasburgo ha condannato l'Italia per non avere concesso alla madre naturale di due gemelli di essere sentita nel procedimento che ha portato alla dichiarazione di adottabilità dei due bambini, che la donna non aveva riconosciuto alla nascita).
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 10228 del 04.05.2009
In materia di adozione ed anche con riferimento all'assetto normativo previgente alle modifiche di carattere processuale apportate alla legge 4 maggio 1983, n. 184 dalla legge 28 marzo 2001, n. 149 (la cui efficacia è rimasta sospesa, in forza della disposizione transitoria di cui all'art.1 del d.l. 24 aprile 2001, n. 150, e successive proroghe, fino al 30 giugno 2007), il procedimento diretto alla dichiarazione dello stato di adottabilità di un minore postula - ai sensi dell'art. 17, secondo comma, della legge n. 184 cit., dell'art. 75, secondo comma e 78, secondo comma, cod. proc. civ., dei principi costituzionali di protezione dell'infanzia, del giusto processo e di diritto di difesa, nonchè dei principi consacrati nella Convenzione dei diritti del fanciullo di New York del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176 e nella Convenzione europea di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata e resa esecutiva con legge 20 marzo 2003, n. 77 -, la nomina di un curatore speciale, affinchè l'interessato sia autonomamente rappresentato in giudizio e tutelato nei suoi preminenti interessi e diritti; in mancanza, il procedimento è affetto da nullità assoluta, insanabile e rilevabile anche d'ufficio in ogni stato e grado del procedimento, in quanto conseguente al vizio di costituzione del rapporto processuale e alla violazione del principio del contraddittorio.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 10594 del 08.05.2009
Nei giudizi dichiarativi dello stato di adottabilità la mancata nomina di un curatore speciale che rappresenti il minore sin dal loro inizio, ne provoca la nullità assoluta, insanabile e rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del procedimento.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 20625 del 25.09.2009
In tema di adozione, ai sensi degli artt. 8, ultimo comma, e 10, secondo comma, della legge 4 maggio 1983, n. 184, come novellati dalla legge 28 marzo 2001, n. 149 (entrata in vigore il 1 luglio 2007), il procedimento volto all'accertamento dello stato di adottabilità (per il quale non era in precedenza prevista la presenza del difensore) deve svolgersi ora, fin dalla sua apertura o con l'assistenza legale dei genitori e del minore; con riferimento ai procedimenti in corso, cui la novella è applicabile in assenza di disposizioni transitorie, la ritardata nomina del difensore determina però solo l'inutilizzabilità dell'attività svolta dopo l'entrata in vigore di tale obbligo, e non una nullità generale idonea ad estendersi a tutti gli atti del procedimento, fino alla sentenza definitiva. (Nella specie, la Suprema Corte ha confermato quanto statuito dalla corte territoriale in ordine all'inutilizzabilità di una CTU espletata dopo l'entrata in vigore della novella e prima che alla madre venisse nominato un difensore d'ufficio. La S.C. poi cassa la sentenza con rinvio in quanto non è stata disposta una nuova consulenza tecnica dalla Corte territoriale e al fine di accertare compiutamente la situazione o meno di abbandono del minore).
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 23637 del 06.11.2009
Il provvedimento collegiale con cui la Corte di appello, pronunciando sull'impugnazione proposta avverso la sentenza del Tribunale dei minorenni sullo stato di adottabilità di un minore, ne dichiari l'inammissibilità per difetto d'integrazione del contraddittorio, per il suo contenuto decisorio e definitivo ha natura di sentenza e deve pertanto presentare i requisiti formali di validità prescritti dall'art. 132 cod. proc. civ.; con la conseguenza che, ove esso rechi soltanto la firma del Presidente, e non anche quella dell'estensore, al di fuori del caso in cui il Presidente cumuli entrambe le funzioni, deve esserne dichiarata la nullità e la causa va rinviata ad altro giudice equiordinato.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 260 del 12.01.2010
Il procedimento camerale per l'adozione di un minore, in casi particolari, assume natura informale per espresso dettato normativo ex art. 313 c.c., richiamato dall'art. 56, quarto comma, legge n. 184 del 1983. Il principio innanzi espresso determina l'assenza di particolari vincoli di rigida priorità temporale tra i vari atti della procedura, unicamente permanendo la esigenza di tutelare il superiore interesse del minore, la cui indiscutibile prevalenza porta a negare la sussistenza di qualsivoglia interruzione processuale, non giustificata da incompatibilità di disciplina, tra le due procedure camerali per la dichiarazione dello stato di adottabilità e per l'adozione in casi particolari. Ciò rilevato, non possono ritenersi sussistenti preclusioni normative alla prestazione dell'assenso del genitore non appena si prefiguri la possibilità di ricorrere all'adozione in casi particolari, come nella specie avvenuto per la constatata impossibilità dell'affidamento preadottivo, motivata dalla Corte territoriale con il forte legame affettivo oramai sussistente tra la minore ed i futuri genitori adottivi, la cui recisione avrebbe provocato profondi traumi nella psiche della medesima.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 3805 del 17.02.2010
Con riferimento al procedimento per declaratoria dello stato di adottabilità, va esclusa la necessaria sussistenza di un conflitto di interessi tra la posizione del tutore e quella del minore, con la conseguenza che è valida la nomina da parte del primo di un difensore in favore del secondo.
Corte di Cassazione, sentenza n. 12290 del 19.05.2010
Nel procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità, la partecipazione del minore, necessaria fin dalla fase iniziale del giudizio, richiede la nomina di un curatore speciale soltanto qualora non sia stato nominato un tutore o questi non esista ancora al momento dell'apertura del procedimento, ovvero nel caso in cui sussista un conflitto d'interessi, anche solo potenziale, tra il minore ed il suo rappresentante legale. Tale conflitto è ravvisabile "in re ipsa" nel rapporto con i genitori, portatori di un interesse personale ad un esito della lite diverso da quello vantaggioso per il minore, mentre nel caso in cui a quest'ultimo sia stato nominato un tutore il conflitto dev'essere specificamente dedotto e provato in relazione a circostanze concrete, in mancanza delle quali il tutore non solo è contraddittore necessario, ma ha una legittimazione autonoma e non condizionata, che può liberamente esercitare in relazione alla valutazione degli interessi del minore.
Corte di Cassazione, sentenza n. 14063 del 11.06.2010
Nell'ambito del procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità sussiste, anche nei confronti del minore (oltre che a favore dei genitori e dei parenti entro il quarto grado portatori di rapporti significativi con il minore stesso), il dovere del Presidente del Tribunale di nominare un difensore d'ufficio laddove il tutore o il curatore speciale non vi provvedano tempestivamente. Tuttavia ai fini della declaratoria di nullità dell'intero processo o di quegli atti compiuti senza che il minore sia stato compiutamente assistito da un difensore tecnico non è sufficiente la semplice eccezione circa la sussistenza di siffatta condizione ma è, bensì, necessario che il Pubblico Ministero, o le altre parti che se ne intendano avvalere, alleghino e dimostrino il reale nocumento arrecato al minore dalla tardiva costituzione o dalla mancata partecipazione ad uno o più atti del proprio difensore.
Il procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità, così come profondamente novellato dalla legge n. 149 del 2001, si caratterizza, vista la soppressione della previgente fase dell'opposizione, come unico ed immediatamente contenzioso. Il minore, nell'ambito di siffatto sistema, è rappresentato in giudizio da un rappresentante legale, il genitore o il tutore, non necessariamente un curatore speciale, il quale è quindi investito tanto dell'apertura del procedimento quanto della rappresentanza del minore, secondo le regole generali, nell'ambito del giudizio. La nomina di un curatore speciale si impone solo nell'ipotesi in cui sussista un conflitto di interessi tra il rappresentante legale ed il minore stesso (conflitto che nel caso di genitore sussiste in re ipsa) nel qual caso posto che compete al rappresentante legale la nomina, sin dall'apertura del procedimento, di un difensore tecnico, tale onere ricadrà, ove necessario, sul curatore speciale all'uopo nominato.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 14216 del 14.06.2010
In tema di procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità, l'art. 15, secondo comma, della legge 4 maggio 1983, n. 184, nel testo novellato dalla legge 28 marzo 2001, n. 149, pone l'obbligo di audizione del minore che abbia compiuto i 12 anni esclusivamente nel giudizio di primo grado, mentre il giudice di appello è tenuto soltanto, per il disposto dell'art.17, comma primo, a sentire le parti ed il P.M. , nonchè ad effettuare "ogni altro opportuno accertamento".
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 16870 del 19.07.2010
Nell'ambito del procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità del minore il dettato normativo di cui agli artt. 8, comma quarto, e 10, comma secondo, della legge n. 184 del 1983, come sostituiti dalla legge n. 149 del 2001, deve essere interpretato nel senso che se sussiste il dovere del Presidente del Tribunale per i Minorenni di nominare un difensore d'ufficio ai genitori ed ai parenti entro il quarto grado, aventi rapporti significativi con il minore, nel caso in cui essi non vi provvedano (espressamente introdotto con riguardo a tali soggetti), ancor di più tale dovere deve ritenersi sussistente nei confronti del minore, rappresentato dal tutore o dal curatore speciale, in quanto parte principale del procedimento in oggetto. In ogni caso, alla ritardata costituzione del difensore del minore, ovvero alla mancata assistenza da parte di questo ad uno o più atti processuali, non può conseguire l'automatica dichiarazione della nullità dell'intero procedimento, e/o dell'atto e di tutti quelli successivi, poiché tale sanzione può essere unicamente invocata dal Pubblico Ministero e dalle altre parti solo previa allegazione e dimostrazione del concreto pregiudizio derivante all'effettiva tutela giurisdizionale del minore da tale tardiva costituzione, ovvero dalla mancata partecipazione ad un atto processuale. (Va nella specie annullata con rinvio alla stessa Corte, in diversa composizione, la sentenza con la quale i Giudici di secondo grado, in accoglimento del ricorso proposto dalla madre del minore, annullavano la pronuncia del primo Giudice che dichiarava lo stato di adottabilità, per difetto di integrità del contraddittorio, in quanto nominato il difensore del minore dal tutore e costituitosi sette mesi dopo l'introduzione della nuova disciplina recante la obbligatoria assistenza legale del minore in quanto parte processuale).
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 16870 del 19.07.2010
Il minore è parte a tutti gli effetti del nuovo procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità, al quale partecipa dalla fase iniziale. Il giudizio, sin dalla sua apertura, deve, pertanto, svolgersi con l'assistenza legale del minore che, in mancanza di previsioni di segno contrario, partecipa a mezzo di un rappresentante secondo le regole generali, quindi a mezzo del genitore o del tutore, ovvero, in caso di conflitto di interessi, di un curatore speciale, soggetti questi ai quali compete la nomina del difensore tecnico. Quanto al conflitto di interessi deve rilevarsi che quello tra il minore ed in genitore è in re ipsa, per incompatibilità anche solo potenziale delle rispettive posizioni, mentre quello tra minore e tutore deve essere specificamente ed immediatamente denunciato dal Pubblico Ministero, accertato in concreto dal Giudice e ritenuto idoneo a determinare la possibilità che il potere rappresentativo del tutore sia da questi esercitato in contrasto con il minore. La denuncia in oggetto non può, pertanto, come nella specie, essere prospettata nelle fasi e nei gradi ulteriori del giudizio al solo fine di conseguire la dichiarazione di nullità degli atti compiuti sulla base di una situazione non tempestivamente denunciata.
Il nuovo procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità, come configurato dalla legge n. 149 del 2001, la quale ha profondamente modificato quello disciplinato dalla legge n. 184 del 1983, unico ed immediatamente contenzioso - è, invero, stata soppressa la fase dell'opposizione di cui al previgente art. 17, legge n. 184 del 1983 - non prevede la nomina necessaria di un curatore speciale al minore. Questi, di fatto, è rappresentato in giudizio, proprio per l'unicità del procedimento, dai genitori o dal tutore, con la logica conseguenza che il rappresentante legale è, sin dall'apertura del procedimento, investito della rappresentanza del minore.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 3804 del 17.02.2010
La previsione di cui all'art. 8, comma 4, della legge n. 184/83, di un'assistenza legale del minore, fin dall'inizio del procedimento, senza indicare modalità alcuna al riguardo - a differenza della posizione dei genitori o dei parenti - non significa che debba nominarsi un difensore d'ufficio al minore stesso, all'atto dell'apertura del procedimento. Il minore è dunque parte a tutti gli effetti del procedimento, fin dall'inizio, ma, secondo le regole generali, e in mancanza di una disposizione specifica, sta in giudizio a mezzo del suo rappresentante, e questi sarà il rappresentante legale, ovvero, in mancanza o in caso di conflitto di interessi, un curatore speciale.
L'art. 5 della Convenzione di Strasburgo prevede la possibilità per il minore di chiedere l'assistenza da parte di una persona appropriata, di sua scelta, per aiutarlo ad esprimere la sua opinione; di chiedere personalmente o per il tramite di persone od organi, la designazione di un rappresentante speciale, se del caso un avvocato; di designare un suo rappresentante; di esercitare in tutto o in parte le prerogative di una parte, nei procedimenti che lo riguardano, ma le previsioni dell'art. 5 sono soltanto "raccomandate" ai legislatori nazionali e richiederebbero una disciplina ad hoc per poter essere efficaci nell'ordinamento interno.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 7281 del 26.03.2010
La pronunzia, ribadendo il principio affermato nella sentenza n. 3804 del 17 febbraio 2010, dalle cui conclusioni non si discosta, chiarisce con particolare ampiezza le modalità di rappresentanza del minore nella procedura di adottabilità nelle varie situazioni possibili (genitori che conservano la potestà; potestà dei genitori sospesa con nomina di tutore; tutore nominato in conflitto di interessi, da dimostrare in concreto, con il minore e nomina del curatore speciale), rettificando l'indirizzo espresso da Cass. n.10228/2009 e specificando gli effetti processuali delle relative nullità. La sentenza ha testualmente affermato: "nel procedimento di adozione, mentre il conflitto d'interessi tra minore e genitore è in re ipsa, per incompatibilità anche solo potenziale delle rispettive posizioni, il conflitto d'interessi tra minore e tutore deve essere dedotto dal P.M. ovvero da uno dei soggetti indicati dall'art. 10 della legge 28 marzo 2001, n. 149, ed accertato in concreto dal giudice, come idoneo a determinare la possibilità che il potere rappresentativo sia esercitato dal tutore in contrasto con l'interesse del minore; in tal caso, tuttavia, la denuncia, tendendo alla rimozione preventiva del conflitto, nonché alla immediata sostituzione del rappresentante legale con il curatore speciale dal momento in cui la situazione d'incompatibilità si è determinata, non può più essere prospettata nelle ulteriori fasi del giudizio al solo fine di conseguire la declaratoria di nullità degli atti processuali compiuti in seguito ad una situazione non denunciata".
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 7282 del 26.03.2010
I giudici di legittimità chiariscono che l'art. 10 2°comma della legge n. 184/83, come novellato dalla legge n. 149/2001 (che stabilisce la facoltà per i genitori e, in mancanza, per i parenti entro il quarto grado che abbiano rapporti significativi con il minore di "partecipare a tutti gli accertamenti disposti dal tribunale") deve essere interpretato in coerenza con la finalità della Novella; in particolare: ai difensori delle parti va data preventiva comunicazione di qualsiasi accertamento disposto dal giudice; le parti possono intervenire alla sua assunzione personalmente e a mezzo dei propri consulenti tecnici e difensori; le parti devono essere poste in grado di conoscerne comunque le risultanze, nonché di dedurre in ordine ad esso e di presentare le proprie difese. Ne consegue l'inutilizzabilità dell'atto di indagine acquisito senza rispettare le forme descritte, sempre che sia dimostrato dalla parte lo specifico pregiudizio al diritto di difesa e l'influenza determinante sulla decisione. La sentenza precisa inoltre: "il diritto delle parti del procedimento di adottabilità di partecipare a tutti gli accertamenti disposti dal tribunale, si riferisce non solo ai tradizionali mezzi d'istruzione probatoria disciplinati dalla sezione III del capo II, titolo I del libro II del codice di procedura civile, ma a qualunque atto d'indagine che il giudice ritiene di eseguire per iniziativa propria o delle parti al fine di verificare se sussista lo stato di abbandono; esso non è tuttavia applicabile all'audizione del minore, la quale, non rappresentando una testimonianza o un altro atto istruttorio rivolto ad acquisire una risultanza favorevole all'una o all'altra soluzione, bensì un momento formale del procedimento deputato a raccogliere le opinioni ed i bisogni rappresentati dal minore in merito alla vicenda in cui è coinvolto, deve svolgersi in modo tale da garantire l'esercizio effettivo del diritto del minore di esprimere liberamente la propria opinione, e quindi con tutte le cautele e le modalità atte ad evitare interferenze, turbamenti e condizionamenti, ivi compresa la facoltà di vietare l'interlocuzione con i genitori e/o con i difensori, nonché di sentire il minore da solo, o ancora quella di delegare l'audizione ad un organo più appropriato e professionalmente più attrezzato".
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 7941 del 31.03.2010
La sentenza n. 7941/2010 ha chiarito che, dopo l'apertura del procedimento relativo all'accertamento dello stato di adottabilità, la competenza ad adottare, ove ne ricorrano le condizioni, il provvedimento di nomina - prima in via provvisoria e poi in via definitiva - del tutore al minore spetta al Tribunale per i minorenni (in applicazione di tale principio, la Suprema Corte ha cassato il provvedimento del giudice tutelare, avente ad oggetto la nomina del tutore ad un minore, risultando già pendente, al momento della sua emanazione, il procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità).
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 7959 del 19.03.2010
La sentenza afferma che al legale rappresentante del minore - ed in tale qualità - deve essere notificata la sentenza che dichiara l'adottabilità o il non luogo a provvedere ex art. 15 e segg. della legge n. 184/1983, essendo egli legittimato all'eventuale impugnazione.
L'art. 17 della legge n. 184/83, come novellato dalla legge n. 149/2001, disponendo che la sentenza di primo grado che dichiara l'adottabilità può essere impugnata dinnanzi alla Corte d'Appello dal P.M. e dalle altre parti e che la Corte d'Appello decide "sentite le parti e il P.M. ed effettuato ogni altro accertamento" fa riferimento alle parti in senso processuale ed al P.M. presso la Corte d'Appello.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 12290 del 19.05.2010
Con la sentenza n.12290/2010 i giudici di legittimità chiariscono, con riguardo all'interpretazione dell'art. 10 2° comma della Novella del 2001, che il dovere del Presidente del Tribunale di avvertire i genitori (o in mancanza determinati parenti) dell'apertura del procedimento, invitandoli nel contempo a nominare un difensore ed informandoli della nomina di un difensore d'ufficio per il caso che essi non vi provvedano, "sussiste a maggior ragione nei confronti del minore (rappresentato dal tutore o dal curatore) che del procedimento di adozione è la parte principale e quindi necessaria". La sentenza accoglie l'orientamento maggioritario della dottrina ed afferma: "nel procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità, la partecipazione del minore, necessaria fin dalla fase iniziale del giudizio, richiede la nomina di un curatore speciale soltanto qualora non sia stato nominato un tutore o questi non esista ancora al momento dell'apertura del procedimento, ovvero nel caso in cui sussista un conflitto d'intereressi, anche solo potenziale, tra il minore ed il suo rappresentante legale. Tale conflitto è ravvisabile in re ipsa nel rapporto con i genitori, portatori di un interesse personale ad un esito della lite diverso da quello vantaggioso per il minore, mentre nel caso in cui a quest'ultimo sia stato nominato un tutore il conflitto dev'essere specificamente dedotto e provato in relazione a circostanze concrete, in mancanza delle quali il tutore non solo è contraddittore necessario, ma ha una legittimazione autonoma e non condizionata, che può liberamente esercitare in relazione alla valutazione degli interessi del minore".
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 14063 dell'11.06.2010
La sentenza della Corte di Cassazione n. 14063/2010 ha fornito importanti chiarimenti in ordine al procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità:
- detto procedimento, così come profondamente innovato dalla legge n. 149/2011, si caratterizza (vista la soppressione della previgente fase dell'opposizione), come unico e sin da subito contenzioso;
- il minore, nell'ambito di siffatto sistema, è rappresentato in giudizio da un rappresentante legale (tutore o curatore speciale);
- la nomina di un curatore speciale si impone solo nell'ipotesi in cui sussista un conflitto di interessi tra il rappresentante legale ed il minore (conflitto che nel caso dei genitore sussiste in re ipsa) nel qual caso, posto che compete al rappresentante legale la nomina, sin dall'apertura del procedimento, di un difensore tecnico, tale nomina dovrà essere effettuata dal tutore (ed è subordinata alla sussistenza di un acclarato conflitto di interessi tra il rappresentante legale ed il minore stesso);
- dato che detto conflitto tra il minore ed il genitore è ravvisabile in re ipsa, vista la riconducibilità alle rispettive posizioni di opposti interessi, quello con il tutore non è affatto scontato ma deve essere denunciato e verificato caso per caso;
- in particolare risulta onere del Pubblico Ministero, ovvero di uno dei soggetti individuati dall'art. 10, comma 2°, della legge n. 184 del 1983, contestare immediatamente e specificamente la configurazione di detto conflitto al fine di consentire al Giudice, valutata la sussistenza di un contrasto tra il potere rappresentativo del tutore e gli interessi del minore, di provvedere, sin dal momento in cui detta incompatibilità si appalesi, alla rimozione del tutore in favore della nomina del curatore speciale;
- quindi, la denuncia de quo, a carattere strettamente immediato, non può essere avanzata successivamente nelle fasi ulteriori del giudizio allo scopo di far dichiarare nulli gli atti processuali compiuti in costanza di una situazione - il conflitto - non tempestivamente denunciata da chi avrebbe avuto l'onere di farlo;
- nell'ambito del procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità sussiste, anche nei confronti del minore (oltre che a favore dei genitori e dei parenti entro il quarto grado portatori di rapporti significativi con il minore stesso), il dovere del Presidente del Tribunale di nominare un difensore d'ufficio laddove il tutore o il curatore speciale non vi provvedano tempestivamente;
- tuttavia ai fini della declaratoria di nullità dell'intero processo o di quegli atti compiuti senza che il minore sia stato compiutamente assistito da un difensore tecnico non è sufficiente la semplice eccezione circa la sussistenza di siffatta condizione ma è necessario che il Pubblico Ministero, o le altre parti che se ne intendano avvalere, alleghino e dimostrino il reale nocumento arrecato al minore dalla tardiva costituzione del proprio difensore o dalla sua mancata partecipazione ad uno o più atti.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 14216 del 14.06.2010
Con la sentenza n. 14216/2010 la Suprema Corte precisa che, nel procedimento di adozione, compete esclusivamente al rappresentante legale del minore la nomina di un avvocato per la difesa tecnica: infatti il genitore, il tutore ovvero il curatore speciale hanno anche la relativa rappresentanza processuale, non essendo il potere di agire e resistere in giudizio disponibile autonomamente rispetto alla titolarità del bene della vita per il quale la tutela giurisdizionale venga postulata; inoltre, i due ruoli restano distinti, pur quando cumulati nel medesimo soggetto che abbia il titolo, richiesto dall'art. 82 2°comma cod. proc. civ., per esercitare la difesa tecnica.
La sentenza precisa inoltre che la mancata audizione del minore è sanzionata con riguardo al giudizio di primo grado, mentre il giudice di appello è tenuto, per il disposto dell'art. 17 1° c., a sentire le parti ed il PM, nonché ad effettuare "ogni altro opportuno accertamento".
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 16553 del 14.07.2010
La Suprema Corte con la sentenza n. 16553/2010 precisa: "nel procedimento di adozione compete esclusivamente al rappresentante legale del minore la nomina di un avvocato per la difesa tecnica; tuttavia, qualora venga nominato, quale tutore, un avvocato, ai sensi dell'art. 86 cod. proc. civ., egli può stare in giudizio personalmente, senza patrocinio di altro difensore, in rappresentanza del minore (conforme Cass. 3804/2010 che esprime lo stesso principio con riferimento al curatore speciale, ove sia comunque nominato).
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 16870 del 19.07.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza n. 16870/2010 ha precisato che nel procedimento di adottabilità la mancata o ritardata costituzione del difensore del minore rende nullo il giudizio solo in caso di effettivo pregiudizio. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso del tutore di un minore che si era costituito in ritardo nel procedimento di adottabilità. I giudici di legittimità hanno affermato il principio secondo cui "alla ritardata costituzione del difensore del minore o alla mancata assistenza da parte di questo ad uno o più atti processuali in tanto può conseguire la dichiarazione di nullità dell'intero processo e/o dell'atto e di tutti quelli successivi, in quanto la parte interessata alleghi e dimostri il reale pregiudizio che la tardiva costituzione o la mancata partecipazione all'atto ha comportato per la propria effettiva tutela giurisdizionale".
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 1837 del 26.01.2011
L'art. 1 della legge 4 maggio 1983, n. 184 (nel testo novellato dalla legge 28 marzo 2001, n. 149) attribuisce al diritto del minore di crescere nell'ambito della propria famiglia d'origine un carattere prioritario - considerandola l'ambiente più idoneo al suo armonico sviluppo psicofisico - e mira a garantire tale diritto attraverso la predisposizione di interventi diretti a rimuovere situazioni di difficoltà e di disagio familiare. Pertanto, è immune da vizi l'accertamento dello stato di abbandono, nel caso in cui non sia sopravvenuta l'autonomia genitoriale necessaria - pur dopo i necessari e reiterati interventi dei servizi sociali e nonostante la collaborazione e l'affetto dimostrati per il minore dal genitore - e risulti impossibile prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi compatibili con la necessità del minore di uno stabile contesto familiare, con conseguente legittimo rigetto della domanda di affidamento etero-familiare, il quale ha per legge carattere solo temporaneo (cfr. Cass. nn. 15011 del 2006 e 10706 del 2010).
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 1838 del 26.01.2011
In tema di adozione, l'art. 10, comma secondo, della legge 4 maggio 1983 n. 184, come novellato dalla legge 28 marzo 2001 n. 149, il quale dispone che i genitori e in mancanza, i parenti entro il quarto grado che abbiano rapporti significativi con il minore possano partecipare a "tutti" gli accertamenti disposti dal tribunale, si riferisce non solo ai tradizionali mezzi d'istruzione probatoria disciplinati dalla sezione III del capo, II, titolo I del libro II del codice di procedura civile, ma a qualunque atto d'indagine che il giudice ritenga di eseguire per iniziativa propria o delle parti al fine di verificare se sussista lo stato di abbandono; esso non è tuttavia applicabile all'audizione del minore, la quale, non rappresentando una testimonianza o un altro atto istruttorio rivolto ad acquisire una risultanza favorevole all'una o all'altra soluzione, bensì un momento formale del procedimento deputato a raccogliere le opinioni ed i bisogni rappresentati dal minore in merito alla vicenda in cui è coinvolto, deve svolgersi in modo tale da garantire l'esercizio effettivo del diritto del minore di esprimere liberamente la propria opinione; ne discende che, costituendo scelta del tutto discrezionale del giudice quella di sentire il minore senza la presenza dei difensori delle altre parti, non costituisce violazione del diritto al contraddittorio il mancato avviso dell'udienza fissata per detta audizione.
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 1840 del 26.01.2011
In tema di adozione, l'art. 12 della legge 4 maggio 1983, n. 184, nell'indicare le categorie di persone che devono essere sentite nel procedimento per la dichiarazione di adottabilità, opera un riferimento ai parenti entro il quarto grado che abbiano mantenuto rapporti significativi con il minore; ne consegue che è irrilevante l'omessa audizione del parente entro il predetto grado, che pure abbia dichiarato al tribunale la propria disponibilità ad accogliere presso di sé il minore, qualora non sussistano rapporti significativi tra quest'ultimo e il predetto parente
 
Corte di Cassazione, sentenza n. 2102 del 28.01.2011
In tema di dichiarazione dello stato di adottabilità, la disponibilità manifestata dai parenti entro il quarto grado a prendersi cura del minore, che non abbiano con lui rapporti significativi, non è idonea ad escludere lo stato di abbandono; tuttavia, la concreta manifestazione di detta disponibilità, nel caso di neonato, se manifestata entro un termine ragionevolmente breve dalla nascita, comporta che esso non possa essere ritenuto in stato di abbandono, salvo che si accerti l'inidoneità di tali parenti ad assicurarne l'assistenza e la crescita in modo adeguato.
 
Corte di Cassazione, sentenza n.3572 del 14.02.2011
Deve escludersi che in base alla legislazione italiana vigente soggetti singoli possano ottenere ai sensi dell'art. 36, 4° co. della L. n.184/1983 il riconoscimento in Italia dell'adozione di un minore pronunciata all'estero con gli effetti legittimanti anziché ai sensi e con gli effetti di cui all'art. 44 della medesima legge. Osserva la Corte che l'art. 6 Conv. Strasburgo 24.4.1967, in materia di adozioni di minori, non conferisce immediatamente ai giudici italiani il potere di concedere l'adozione di minori a persone singole al di fuori dai limiti entro i quali tale potere è attribuito dalla legge nazionale, e nemmeno può essere interpretata nel senso di vincolare il legislatore italiano ad ammettere senza limiti l'adozione da parte del singolo. Trattasi, pertanto, di norma non autoapplicativa, che attribuisce al legislatore nazionale la facoltà – e non l'obbligo – di prevedere la possibilità di adozione anche per persone singole, sicché per potere tale adozione avere luogo in Italia è necessaria l'interposizione di una legge interna che determini i presupposti di ammissione e gli effetti dell'adozione da parte della persona singola.
 
Corte di Cassazione, sentenza n.14554 del 04.07.2011
In tema di diritto del minore ad una famiglia e segnatamente di sua adozione (nazionale), il titolo II della legge 4 maggio 1983, n. 184, nel testo novellato dalla legge 28 marzo 2001, n. 149, che riflette anche principi sovranazionali (di cui anche agli artt. 3, 9, 12,14, 18, 21 della Convenzione di New York del 20.11.1989, ratificata con legge n. 176 del 1991; agli artt. 9 e 10 della Convenzione Europea sui diritti del fanciullo, fatta a Strasburgo il 25.01.1996 e ratificata con legge n. 77 del 2003; all'art. 24 della Carta di Nizza), dispone che il procedimento deve svolgersi sin dall'inizio con l'assistenza legale dei genitori, i quali devono essere avvertiti dell'apertura della procedura, essere invitati a nominare un difensore, essere informati della nomina di un difensore d'ufficio per il caso che non vi provvedano, ed ancora che gli stessi, assistiti dal difensore, possono partecipare in primo grado a tutti gli accertamenti disposti dal Tribunale e debbono essere sentiti e ricevere la comunicazione dei provvedimenti adottati, nonché possono presentare istanze anche istruttorie e prendere visione ed estrarre copia degli atti contenuti nel fascicolo previa autorizzazione del giudice, e devono ricevere la notificazione per esteso della sentenza, con contestuale avviso del loro diritto di proporre impugnazione.
La novellata normativa, attribuendo ai genitori del minore una legittimazione autonoma connessa ad un'intensa serie di poteri, facoltà e diritti processuali, è atta a fare assumere loro la veste di parti necessarie e formali dell'intero procedimento di adottabilità (cfr. Cass. n. 7281 del 2010) e, quindi, di litisconsorti necessari pure nel giudizio d'appello, quand'anche in primo grado non si siano costituiti, con conseguente necessità di integrare il contraddittorio nei loro confronti, ove non abbiano proposto il gravame.
 
 
la legge n.431 del 5 giugno 1967 da un lato introduce modifiche nella disciplina del cod.civ. e dall'altro prevede un nuovo Capo III del Titolo VIII del Libro I del nostro codice civile, contenente circa trenta articoli, definito dell'adozione speciale.
ad esso si sono affiancati, dal 1° Luglio 2007, il pubblico ministero minorile, con il compito di assunzione di informazioni sull'eventuale situazione di abbandono del minore e di promozione del procedimento con ricorso, ed il difensore dei genitori (o, in mancanza, dei parenti entro il quarto grado che abbiano significativi rapporti con il minore), nominato dai genitori stessi o d'ufficio dal Tribunale nel caso in cui essi non vi provvedano.
La già citata relazione governativa al D.L. 150/01 chiarisce, infatti, che la L. 149/01, "non contiene alcuna previsione in ordine alla modalità per la nomina del difensore d'ufficio in favore dei genitori e del minore [...] né in ordine al carico delle relative spese processuali eventualmente a carico dello Stato [...]. Per quanto attiene il procedimento per l'adozione dei provvedimenti di cui all'art. 336 cpc, la previsione della difesa tecnica contenuta nella legge di riforma necessita di una revisione del procedimento che si svolge dinanzi al Tribunale per i Minorenni nelle forme dei procedimenti in camera di consiglio e cioè secondo forme procedurali che necessitano di una revisione, anche a seguito della modifica dell'art. 111 Cost. È quindi necessario regolare le modalità e i tempi attraverso i quali deve svolgersi l'attività difensiva".
È chiaro che, sussistendo un conflitto di interessi con i genitori, ai fini dell'ammissione al patrocinio dovrà tenersi conto del solo reddito proprio del minore (non anche di quello dei genitori); cosicché, salvo i rarissimi casi in cui il minore goda di redditi propri (es. rendite da fabbricati di proprietà), di regola si può presentare istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato.
In merito alle "necessarie informazioni" che il P.M. deve assumere, si ritiene che tale accertamento debba essere realizzato senza limitazione alcuna, poiché lo scopo è quello di verificare nel modo più efficace se il minore è abbandonato oppure no e quindi acquisendo elementi utili tramite i servizi sociali e l'istituzione che ospita il minore, con informazioni di polizia e con ogni altro mezzo ritenuto utile.